giovedì 5 aprile 2012

Penso a tutte le persone che stanno insieme senza amore, per paura della solitudine. E a quelle che si amano senza stare insieme, per paura di sacrificare la libertà. Due scelte in apparenza opposte, ma che conducono entrambe al fallimento perchè generate dal medesimo impulso: la vigliaccheria.

Massimo Gramellini

giovedì 21 luglio 2011

La Giostra Dell’Orrido

Non accendo mai la luce dell’ingresso, quella condominiale me ne da abbastanza per 3 minuti.
Illumina l’entrata del mio appartamento per 20 centimetri.
E’ sufficiente.
Chiudo la porta a chiave, sono ancora al buio. A due passi c’è l’interruttore.
Non ci sono arrivata.
Al secondo inciampo su qualcosa. Un dolore lancinante al mignolo destro del piede.
Cado a terra.
Con le mani tocco subito la parte dolorante, lamentandomi.
Cerco di capire su cosa sono incappata. Allungo le braccia, brancolo nel buio.
E’ l’appendiabiti.
Cosa ci fa l’appendiabiti a terra?
Mi alzo, appoggio le mani sul muro. Finalmente riesco ad accendere la luce.
Rimango immobile. Per tanto tempo.
Apro e chiudo gli occhi. Informazioni discordanti arrivano al mio cervello.
Il miagolio del gatto riesce a riportarmi alla realtà.
Cappotti ammassati a terra, come animali al freddo in cerca di calore reciproco.
Quadri a terra, appoggiati a muro, come un treno di immagini in velocità sostenuta.
Un confine di polvere sul mobile a parete, ricorda il peso di qualcosa che non lo protegge più.
Seguo il gatto in cucina, come una visita guidata nella casa degli orrori.
Pensili sventrati mi danno il bentornato.
Pentole scaraventate a terra, come matriosche, riflettono i miei occhi sbarrati ancora increduli.
Sangue nero di caffè gocciola dal piano cottura. Ha formato una macchia già coagulata.
Mi avvio in camera da letto, come un automa, accompagno in processione il feretro delle mie certezze.
Armadi a gambe larghe, come donne stuprate lasciate in mostra. Dilaniate, derise da un pubblico di cassetti dalle bocche aperte. A vomitare sulla scena, il contenuto di una cena non ancora digerita.
Mi accuccio sul letto, l’unica cosa rimasta intatta, stringo le ginocchia sul petto .
Mi dondolo.
Faccio oscillare la speranza di un risveglio da quella che è una giostra dell’orrido.

sabato 18 giugno 2011

Delirio

Lineare e concatenata anomalia mentale di deliri sconnessi in perfetta armonia, concetti opposti, di pensieri discordanti, occhi chiusi, incubi di fiori recisi, dolore inerte, muscoli tesi, buio totale con getti di luce rifiutati, stordimento sensoriale, note distorte  di musica passata, paura e sgomento, brivido, fremito stridulo di sensi, pelle d’oca e sudore freddo, colpa, imprudenza di gesti e misfatti, codardia e vizio, smania di sospiri, vaneggiamenti di luoghi inesistenti, resa.

venerdì 3 giugno 2011

Ninna Nanna

Affresco il mio viso di un pudore indescrivibile, la facilità con cui si riesce a nascondere le false verità,  il silenzio delle cose non dette e quel leggero shhhhhhhh che ti sembra di sentire prima di pronunciare la nuda e reale certezza. Il nascondersi nelle proprie convinzioni tanto da farle diventare inconfutabili e indiscutibili, la parola NO che nasconde milioni e ripetuti SI.

Mi fermo un’attimo e ascolto il rumore del mare che infrange le sue onde sulle rocce, rocce che illuse di poter resistere con forza alla forza corrosiva del mare, alla fine si arrenderanno anche loro all’animo mutevole dell’abisso, perche’ certe cose esistono che tu ci creda o no, perche’ certe cose avvengono che tu lo voglia o no, quindi lasciare che sia il destino a compiere la scelta.

Spegnere quella piccola fiaccola che ancora sorregge la ragione, lasciarsi andare, lasciarsi attrarre e sedurre da quell’oblio, limbo asettico e senza emozioni.

Prima o poi tutto risale, tutto viene a galla, non si puo’ cadere all’infinito per sempre.

martedì 17 maggio 2011

Le Due Facce Della Medaglia

“Shhhh... zitto Botolo!” intimò Amelia al cane, che l’aveva inseguita dalla camera da letto sino al bagno con una palla di gomma in bocca.
“Non posso giocare con te adesso! Torna a cuccia su!” provò a ripetere al cane provando a rivestirsi senza fare rumore.
Il cane continuando a scodinzolare e mantenendo un’espressione mista a speranza e delusione, si voltò e ritornò ai piedi del letto accanto al suo padrone che continuava a dormire profondamente.
Dopo essersi rivestita e cercando di fare il più piano possibile, uscii di casa chiudendo la porta dietro di se.
Arrivò alla più vicina stazione, avrebbe preso il prossimo treno pendolare che in meno di venti minuti l’avrebbe riportata a casa.
Fece il biglietto e si accomodò di fronte al finestrino come era solita fare, rovistò all’interno della borsa e si rimise la fede.
Le piaceva guardare fuori, osservare la gente che partiva o che arrivava, scrutava la gente che passava velocemente e trovava divertente immaginare cosa pensavano e cosa sognavano in quel momento.
Ripensò a ciò che era successo quel pomeriggio, ripensò a lui, rivide i loro corpi distesi sul letto e alla meravigliosa essenza di quel giovane pieno di fascino e talento letterario, ricordò di come era riuscita a sopraffarlo, di come la sua infinita dolcezza alla fine si era arresa davanti all’aggressivo temperamento di lei.
Non riusciva a capire come mai davanti a tanta cortesia, affabilità e gentilezza da uomo di altri tempi, lei rimaneva assolutamente indifferente. L’unica cosa che desiderava ardentemente era solo quella di strappargli la camicia di dosso, lui parlava d’amore, parlava di poeti lontani l’accarezzava con dolcezza infinita, contemplava il corpo di lei come una statua e si prostrava a lei come una Dea da venerare e da amare con infinito trasporto e arrendevolezza, lei voleva solo possederlo, provare ad imprimere su di lui la propria femminilità, dominarlo.
Era andata così. Il suo corpo aveva completamente consumato quello di lui, lei aveva abusato senza pietà e prosciugato come un vampiro bramante di sangue, ciò che teneva in vita ancora la fantastica innocenza e purezza di questo giovane. Il totale abbandono e la sublime arrendevolezza di lui la estasiava e la faceva sentire invulnerabile.
Succedeva ogni sabato, lui l’aspettava dopo il lavoro “Ben arrivata mia cara, attendevo con ansia il tuo ritorno” lei rideva sempre dei suoi modi troppo gentili, lo baciava con passione quasi ad aspirarne la vita stessa, fremeva nel toccare la sua pelle, affondare le unghie sul suo torace, controllarlo completamente, inarcare la schiena verso il suo corpo e gridare di piacere.
Quella sensazione di governo, le provocava una certa frenesia come di potere assoluto, voleva appropriarsi di quella innocenza e possedendo quel corpo desiderava assorbire un pizzico di grazia e amabilità da portare con se come scorta.
C’era riuscita anche quel fine settimana.
Scese dal treno, imboccò la strada di casa, a passi lesti pensava a cosa avrebbe potuto preparare per cena, non si sentiva per niente stanca, anzi, aveva voglia di cucinare qualcosa di buono.
Aprì il cancello di casa, percorse la strada del vialetto e si accorse che le rose che aveva coltivato con tanto amore finalmente erano sbocciate.
Entrando in casa notò il delizioso profumino che proveniva dalla cucina… non avrebbe cucinato lei quella sera, comprese le sue intenzioni e sapeva già come sarebbe finita la serata.
 “ Sei tu?” le venne incontro lui abbracciandola con i suoi soliti modi un po’ bruschi ma che a lei incantavano molto.
“Eccola qui la mia signorina gentilezza e cortesia…come e’ andata oggi al lavoro? Sono sicuro avrai ammaliato qualche nuovo dirigente con la tua solita dolcezza”
La prese in braccio con forza mordicchiandole il collo, la portò subito in camera da letto togliendole di dosso i vestiti con smania e rude passione.
Adorava essere posseduta con forza da suo marito.

giovedì 5 maggio 2011

Reparto Fine Serie

Seduta.
Al centro di una stanza. 
Le pareti bianche. 
Ho in mano una pallina da tennis, la faccio rimbalzare sul muro. 
Continuamente.
Costantemente.
La luce del sole filtra attraverso i vetri della finestra senza tende e illumina gli angoli vuoti. L’unica ombra, la mia figura seduta che si riflette sul pavimento.
Il suono ripetitivo penetra  nei miei pensieri come un mantra rievocando ricordi di infinita speranza e di altezzosa disperazione.

Il ritmo costante raggiunge il centro del mio petto, tutto diventa automatico.
Regolare.
In assoluta simbiosi con la scansione del mio essere e del mio corpo.
Il pompare del sangue, il respiro incessante, il fluire del mio braccio.
Gli occhi che percorrono lo stesso percorso seguono l’oggetto e la scia tracciata diventata a tratti permanete.

“Allora hai deciso cosa eliminare?”

Non mi volto. So gia’ chi e’.

La sua voce amplificata rimbomba dentro il mio corpo come cassa armonica, il tono provoca nelle mie carni una varietà di vibrazioni violente e veloci separando cellula per cellula le parti del mio essere fatto di materia. In altrettanto modo il mio suono si manifesta.

“Non ancora”.

Un connubio di sensazioni senza tempo ne spazio congiunge la linea della mia esistenza in un unico punto senza inizio ne fine. Solo una parete bianca dove io stessa manifesto cio’ che affiora e la mia mente vuole, un volere di cui non conosco l’esistenza, perche’ non è mio, non è di nessun altro. 
Solo pura essenza di volonta’ nata quando l’universo stesso decise di esistere.

Il mio tutto diventa asettico e imperturbabile, chiudo gli occhi. 
Separaro completamente cio’ che mi unisce all’inezia della stanza. 
Sento il silenzio farsi piu’ insistente.
Fuori tutto quello che distogliere l’intento di espansione del mio complesso esistere.

Un itinerario di immagini si presentano davanti come un miscuglio di visioni passando da parvenze dilatate a ristrette, non era importante l’immagine o il suono ma cio’ che rimaneva impressa era la consapevolezza di un’insegnamento automatico sconosciuto alla coscienza vegliante, che andava a riempire i bagagli pesanti dello spirito primordiale a cui mi sarei ricongiunta presto.

Ogni volta era uguale, ogni volta lo stesso percorso, una prova finale da superare per il passaggio successivo.

Succedeva dalla nascita del concetto di infinito e cosi’ si sarebbe prolungato fino all’infinito stesso.

Il motivo non si sa, la ragione non puo’ arrivarci, ma se vuoi puoi andare al pino inferiore, al reparto fine serie, dove troverai gli sconti del 50%.

Io ho gia’ deciso.

lunedì 25 aprile 2011

Quando Viene Fuori La Luna


Anche quel giorno era passato per Giacomo, aveva appena finito di parlare al telefono con sua moglie Lisa ed i bambini, aveva staccato dalla chiamata con un peso terribile sul cuore, sentiva terribilmente la loro mancanza. Era arrivato al campo ancora da poco tempo, faceva fatica ad abituarsi al clima freddo di quelle montagne innevate.
Quel paese di cui aveva soltanto sentito parlare in televisione e dai giornali, tanto massacrato dai suoi stessi abitanti e da estranei vestiti con abiti su misura che proclamavano la libertà e la civilizzazione, adesso si trovava sotto la suola delle sue scarpe.
Aveva trascorso giorni tranquilli perlustrando le zone e osservando quei pochi abitanti che ancora preferivano la quiete ed un clima più rigido alle piazze affollate dai manifestanti con il cuore pieno di vendetta.
Quegli uomini armati e accaniti ferocemente contro qualsiasi cosa in grado di eseguire un movimento dettato dalla ragione, erano lontani dalla sua vista e dal suo orizzonte. Quel clima severo, era riuscito a far abituare Giacomo alla rigidità restrittiva dell’abbigliamento delle donne che le costringeva a coprire il viso perché considerato giusto per il loro sacro credo.
Posò il telefono cellulare sul comodino della sua camera, alzò la testa girandosi verso la piccola finestra che dava sul campo illuminato dai faretti. Vide un suo commilitone che stava facendo la guardia al portone principale e ricordò che domani sarebbe toccato a lui, il collega si volse anch’esso verso di lui, un cenno della testa, la buona notte.
Si tolse la giacca della divisa, appoggiandola sulla spalliera della sedia vide che lo schermo del suo computer portatile era ancora acceso, la cartella dei file ricevuti era ancora aperta e si vedeva in primo piano la foto di quella ragazza che aveva conosciuto qualche anno prima con cui ancora aveva dei contatti epistolari, aveva appena riletto una delle lettere che le aveva mandato la scorsa settimana prima di partire. Nel pomeriggio si era fermato a guardare la montagna innevata e lei le era di nuovo tornata in mente.
“ Lo sai che sei speciale per me?”
Angela abbassò lo sguardo, nascose le mani tremanti in tasca, non riusciva a capire perché quell’ uomo riusciva a farla sentire così scoperta così attaccabile fisicamente.
“Anche tu lo sei per me..” sussurrò, sperando che lui non la sentisse.
“Rimarremo in contatto?” chiese lui avanzando di un passo per cercare di avvicinarsi almeno un po’ prima di dirsi addio.
Angela fece un passo indietro voltando la testa.
“si, scrivimi una mail” tolse la mano tremante dalla tasca, e la strinse a quella di lui. Il loro unico contatto.
Non era mai iniziato niente e non era mai finito.
Seduto su quel letto pensava che quella ragazza con cui negli ultimi due anni aveva comunicato soltanto tramite internet, era riuscita ad allietargli il suo inferno senza conoscerlo.
Ripensò alle parole della lettera letta e riletta.
“sii per me un’amico, sii per me il mio porto sicuro, fai di me la tua fonte di vita dove attingere nei momenti di confusione, stringimi tra le tue braccia lo sentirò, ovunque io mi trovi”.
Tolse gli anfibi neri pesanti posandoli al lato del letto, stirando le gambe tentò di sgranchirsi le dita dei piedi roteandoli un pochino tra di loro, alla fine si arrese alla stanchezza, spense la luce e portando le braccia dietro la testa si appoggiò finalmente sul cuscino, incrociò le gambe tornando a fantasticare sugli avvenimenti e sulle continue novità della giornata appena trascorsa.
Il sonno prese il sopravvento.
L’ultima nuvola che ancora imperterrita tentava di nascondere la luna, fu accompagnata via dal venticello gelido della notte, finalmente i raggi riuscirono a filtrare attraverso i vetri della finestra inondando di luce argentea la stanza di Giacomo. Lei era li, di fronte a lui.
“Angela! Cosa fai qui?”
Angela si accovacciò accanto a lui e premette il dito indice sulle sue labbra come per zittirlo.
Le prese la mano e cominciò ad accarezzarne il dorso tremante, con l’altra le strinse la nuca dolcemente avvicinandola verso di lui. Sentiva il respiro di lei sul viso, passò il pollice della mano tra le labbra schiuse e leggermente umide di lei.
Quante volte aveva immaginato di baciare quelle labbra!
Non riusciva a stringerla a se, non voleva distogliere lo sguardo dal quel viso e quel corpo che aveva desiderato da tanto tempo.
Lei chiuse gli occhi e inclinò leggermente la testa indietro sentiva lo sguardo di lui addosso, era di nuovo vulnerabile.
Finalmente riuscii a stringerla forte a se, sentiva le labbra di lei che premevano sul collo, percorse con il palmo della mano la sua schiena seguendone con lo sguardo la linea affusolata  assaporandone la pelle così morbida e liscia come la seta.
La distanza dei loro corpi piano piano divenne nulla. Si fissarono negli occhi, avidi di immagini da imprimere nella memoria per sempre.
Qualsiasi cosa che ancora separava la completa unione delle loro pelli si estinse.
I baci profondi a divorarne la bocca, le mani sull’incavo del collo a spingere il petto di lei verso il suo, le carezze leggere attorno i seni pieni, le pupille degli occhi dilatate dal piacere supremo, la penombra che nasconde i sospiri, i nome di lui gridato flebilmente all’orecchio, un’onda di mare che ti avvolge ed una risata finale.
Si svegliò di soprassalto, era ancora a letto mezzo vestito, la luce del sole illuminava completamente la stanza era ora del suo turno di guardia. Appoggiò il peso sui gomiti. Si sedette.
Abbassò la testa, era leggermente affannato.
Riempii i polmoni d’aria e sospirò fortemente al ricordo della notte passata.
Si girò verso il computer ancora acceso e collegato alla rete, un messaggio istantaneo lampeggiava.
“Stanotte mi hai abbracciata. Ti ho sentito”.
Non era mai iniziato niente e non era mai finito.