“Shhhh... zitto Botolo!” intimò Amelia al cane, che l’aveva inseguita dalla camera da letto sino al bagno con una palla di gomma in bocca.
“Non posso giocare con te adesso! Torna a cuccia su!” provò a ripetere al cane provando a rivestirsi senza fare rumore.
Il cane continuando a scodinzolare e mantenendo un’espressione mista a speranza e delusione, si voltò e ritornò ai piedi del letto accanto al suo padrone che continuava a dormire profondamente.
Dopo essersi rivestita e cercando di fare il più piano possibile, uscii di casa chiudendo la porta dietro di se.
Arrivò alla più vicina stazione, avrebbe preso il prossimo treno pendolare che in meno di venti minuti l’avrebbe riportata a casa.
Fece il biglietto e si accomodò di fronte al finestrino come era solita fare, rovistò all’interno della borsa e si rimise la fede.
Le piaceva guardare fuori, osservare la gente che partiva o che arrivava, scrutava la gente che passava velocemente e trovava divertente immaginare cosa pensavano e cosa sognavano in quel momento.
Ripensò a ciò che era successo quel pomeriggio, ripensò a lui, rivide i loro corpi distesi sul letto e alla meravigliosa essenza di quel giovane pieno di fascino e talento letterario, ricordò di come era riuscita a sopraffarlo, di come la sua infinita dolcezza alla fine si era arresa davanti all’aggressivo temperamento di lei.
Non riusciva a capire come mai davanti a tanta cortesia, affabilità e gentilezza da uomo di altri tempi, lei rimaneva assolutamente indifferente. L’unica cosa che desiderava ardentemente era solo quella di strappargli la camicia di dosso, lui parlava d’amore, parlava di poeti lontani l’accarezzava con dolcezza infinita, contemplava il corpo di lei come una statua e si prostrava a lei come una Dea da venerare e da amare con infinito trasporto e arrendevolezza, lei voleva solo possederlo, provare ad imprimere su di lui la propria femminilità, dominarlo.
Era andata così. Il suo corpo aveva completamente consumato quello di lui, lei aveva abusato senza pietà e prosciugato come un vampiro bramante di sangue, ciò che teneva in vita ancora la fantastica innocenza e purezza di questo giovane. Il totale abbandono e la sublime arrendevolezza di lui la estasiava e la faceva sentire invulnerabile.
Succedeva ogni sabato, lui l’aspettava dopo il lavoro “Ben arrivata mia cara, attendevo con ansia il tuo ritorno” lei rideva sempre dei suoi modi troppo gentili, lo baciava con passione quasi ad aspirarne la vita stessa, fremeva nel toccare la sua pelle, affondare le unghie sul suo torace, controllarlo completamente, inarcare la schiena verso il suo corpo e gridare di piacere.
Quella sensazione di governo, le provocava una certa frenesia come di potere assoluto, voleva appropriarsi di quella innocenza e possedendo quel corpo desiderava assorbire un pizzico di grazia e amabilità da portare con se come scorta.
C’era riuscita anche quel fine settimana.
Scese dal treno, imboccò la strada di casa, a passi lesti pensava a cosa avrebbe potuto preparare per cena, non si sentiva per niente stanca, anzi, aveva voglia di cucinare qualcosa di buono.
Aprì il cancello di casa, percorse la strada del vialetto e si accorse che le rose che aveva coltivato con tanto amore finalmente erano sbocciate.
Entrando in casa notò il delizioso profumino che proveniva dalla cucina… non avrebbe cucinato lei quella sera, comprese le sue intenzioni e sapeva già come sarebbe finita la serata.
“ Sei tu?” le venne incontro lui abbracciandola con i suoi soliti modi un po’ bruschi ma che a lei incantavano molto.
“Eccola qui la mia signorina gentilezza e cortesia…come e’ andata oggi al lavoro? Sono sicuro avrai ammaliato qualche nuovo dirigente con la tua solita dolcezza”
La prese in braccio con forza mordicchiandole il collo, la portò subito in camera da letto togliendole di dosso i vestiti con smania e rude passione.
Adorava essere posseduta con forza da suo marito.


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