lunedì 25 aprile 2011

Quando Viene Fuori La Luna


Anche quel giorno era passato per Giacomo, aveva appena finito di parlare al telefono con sua moglie Lisa ed i bambini, aveva staccato dalla chiamata con un peso terribile sul cuore, sentiva terribilmente la loro mancanza. Era arrivato al campo ancora da poco tempo, faceva fatica ad abituarsi al clima freddo di quelle montagne innevate.
Quel paese di cui aveva soltanto sentito parlare in televisione e dai giornali, tanto massacrato dai suoi stessi abitanti e da estranei vestiti con abiti su misura che proclamavano la libertà e la civilizzazione, adesso si trovava sotto la suola delle sue scarpe.
Aveva trascorso giorni tranquilli perlustrando le zone e osservando quei pochi abitanti che ancora preferivano la quiete ed un clima più rigido alle piazze affollate dai manifestanti con il cuore pieno di vendetta.
Quegli uomini armati e accaniti ferocemente contro qualsiasi cosa in grado di eseguire un movimento dettato dalla ragione, erano lontani dalla sua vista e dal suo orizzonte. Quel clima severo, era riuscito a far abituare Giacomo alla rigidità restrittiva dell’abbigliamento delle donne che le costringeva a coprire il viso perché considerato giusto per il loro sacro credo.
Posò il telefono cellulare sul comodino della sua camera, alzò la testa girandosi verso la piccola finestra che dava sul campo illuminato dai faretti. Vide un suo commilitone che stava facendo la guardia al portone principale e ricordò che domani sarebbe toccato a lui, il collega si volse anch’esso verso di lui, un cenno della testa, la buona notte.
Si tolse la giacca della divisa, appoggiandola sulla spalliera della sedia vide che lo schermo del suo computer portatile era ancora acceso, la cartella dei file ricevuti era ancora aperta e si vedeva in primo piano la foto di quella ragazza che aveva conosciuto qualche anno prima con cui ancora aveva dei contatti epistolari, aveva appena riletto una delle lettere che le aveva mandato la scorsa settimana prima di partire. Nel pomeriggio si era fermato a guardare la montagna innevata e lei le era di nuovo tornata in mente.
“ Lo sai che sei speciale per me?”
Angela abbassò lo sguardo, nascose le mani tremanti in tasca, non riusciva a capire perché quell’ uomo riusciva a farla sentire così scoperta così attaccabile fisicamente.
“Anche tu lo sei per me..” sussurrò, sperando che lui non la sentisse.
“Rimarremo in contatto?” chiese lui avanzando di un passo per cercare di avvicinarsi almeno un po’ prima di dirsi addio.
Angela fece un passo indietro voltando la testa.
“si, scrivimi una mail” tolse la mano tremante dalla tasca, e la strinse a quella di lui. Il loro unico contatto.
Non era mai iniziato niente e non era mai finito.
Seduto su quel letto pensava che quella ragazza con cui negli ultimi due anni aveva comunicato soltanto tramite internet, era riuscita ad allietargli il suo inferno senza conoscerlo.
Ripensò alle parole della lettera letta e riletta.
“sii per me un’amico, sii per me il mio porto sicuro, fai di me la tua fonte di vita dove attingere nei momenti di confusione, stringimi tra le tue braccia lo sentirò, ovunque io mi trovi”.
Tolse gli anfibi neri pesanti posandoli al lato del letto, stirando le gambe tentò di sgranchirsi le dita dei piedi roteandoli un pochino tra di loro, alla fine si arrese alla stanchezza, spense la luce e portando le braccia dietro la testa si appoggiò finalmente sul cuscino, incrociò le gambe tornando a fantasticare sugli avvenimenti e sulle continue novità della giornata appena trascorsa.
Il sonno prese il sopravvento.
L’ultima nuvola che ancora imperterrita tentava di nascondere la luna, fu accompagnata via dal venticello gelido della notte, finalmente i raggi riuscirono a filtrare attraverso i vetri della finestra inondando di luce argentea la stanza di Giacomo. Lei era li, di fronte a lui.
“Angela! Cosa fai qui?”
Angela si accovacciò accanto a lui e premette il dito indice sulle sue labbra come per zittirlo.
Le prese la mano e cominciò ad accarezzarne il dorso tremante, con l’altra le strinse la nuca dolcemente avvicinandola verso di lui. Sentiva il respiro di lei sul viso, passò il pollice della mano tra le labbra schiuse e leggermente umide di lei.
Quante volte aveva immaginato di baciare quelle labbra!
Non riusciva a stringerla a se, non voleva distogliere lo sguardo dal quel viso e quel corpo che aveva desiderato da tanto tempo.
Lei chiuse gli occhi e inclinò leggermente la testa indietro sentiva lo sguardo di lui addosso, era di nuovo vulnerabile.
Finalmente riuscii a stringerla forte a se, sentiva le labbra di lei che premevano sul collo, percorse con il palmo della mano la sua schiena seguendone con lo sguardo la linea affusolata  assaporandone la pelle così morbida e liscia come la seta.
La distanza dei loro corpi piano piano divenne nulla. Si fissarono negli occhi, avidi di immagini da imprimere nella memoria per sempre.
Qualsiasi cosa che ancora separava la completa unione delle loro pelli si estinse.
I baci profondi a divorarne la bocca, le mani sull’incavo del collo a spingere il petto di lei verso il suo, le carezze leggere attorno i seni pieni, le pupille degli occhi dilatate dal piacere supremo, la penombra che nasconde i sospiri, i nome di lui gridato flebilmente all’orecchio, un’onda di mare che ti avvolge ed una risata finale.
Si svegliò di soprassalto, era ancora a letto mezzo vestito, la luce del sole illuminava completamente la stanza era ora del suo turno di guardia. Appoggiò il peso sui gomiti. Si sedette.
Abbassò la testa, era leggermente affannato.
Riempii i polmoni d’aria e sospirò fortemente al ricordo della notte passata.
Si girò verso il computer ancora acceso e collegato alla rete, un messaggio istantaneo lampeggiava.
“Stanotte mi hai abbracciata. Ti ho sentito”.
Non era mai iniziato niente e non era mai finito.

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