Non accendo mai la luce dell’ingresso, quella condominiale me ne da abbastanza per 3 minuti.
Illumina l’entrata del mio appartamento per 20 centimetri.
E’ sufficiente.
Chiudo la porta a chiave, sono ancora al buio. A due passi c’è l’interruttore.
Non ci sono arrivata.
Al secondo inciampo su qualcosa. Un dolore lancinante al mignolo destro del piede.
Cado a terra.
Con le mani tocco subito la parte dolorante, lamentandomi.
Cerco di capire su cosa sono incappata. Allungo le braccia, brancolo nel buio.
E’ l’appendiabiti.
Cosa ci fa l’appendiabiti a terra?
Mi alzo, appoggio le mani sul muro. Finalmente riesco ad accendere la luce.
Rimango immobile. Per tanto tempo.
Apro e chiudo gli occhi. Informazioni discordanti arrivano al mio cervello.
Il miagolio del gatto riesce a riportarmi alla realtà.
Cappotti ammassati a terra, come animali al freddo in cerca di calore reciproco.
Quadri a terra, appoggiati a muro, come un treno di immagini in velocità sostenuta.
Un confine di polvere sul mobile a parete, ricorda il peso di qualcosa che non lo protegge più.
Seguo il gatto in cucina, come una visita guidata nella casa degli orrori.
Pensili sventrati mi danno il bentornato.
Pentole scaraventate a terra, come matriosche, riflettono i miei occhi sbarrati ancora increduli.
Sangue nero di caffè gocciola dal piano cottura. Ha formato una macchia già coagulata.
Mi avvio in camera da letto, come un automa, accompagno in processione il feretro delle mie certezze.
Armadi a gambe larghe, come donne stuprate lasciate in mostra. Dilaniate, derise da un pubblico di cassetti dalle bocche aperte. A vomitare sulla scena, il contenuto di una cena non ancora digerita.
Mi accuccio sul letto, l’unica cosa rimasta intatta, stringo le ginocchia sul petto .
Mi dondolo.
Faccio oscillare la speranza di un risveglio da quella che è una giostra dell’orrido.


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