lunedì 29 marzo 2010
Salerno Reggio Calabria
Una pioggia incessante batteva i vetri della finestra mentre stava al caldo sotto le coperte, ascoltava il battito delle ali di un colombo che cercava un riparo. Non le importava.
Ogni essere vivente ha un ostacolo da superare, ogni buca deve essere superata da sola, se cerchi un aiuto o comprensione, la strada, forse, ne sarà piena. Ma non lo vuoi quell'aiuto o forse non ne hai davvero bisogno.
Gli occhi chiusi, le gambe piegate.
Il cuscino sotto la testa era caldo, il collo sudato. I capelli attaccati alla testa dal sudore. Fuori era il gelo.
Quale la migliore pena? Il caldo soffocante o il gelo totale?
Il buio copriva la camera di un manto avvolgente di punizione.
Ad ognuno la sua.
La striscia di luce sul pavimento indicava che fuori c’era la vita. Dalla cupola di caldo sentiva voci ovattate provenienti attraverso la coltre oscura.
Un beccheggiare ritmico alle persiane indicava ancora la presenza del colombo, come a ricordare la sua speranza, come se fosse inutile isolarsi, il supplizio degli esseri viventi lo senti anche attraverso i confini.
Costruiti.
Naturali.
Il corpo è un confine, la mente prova ad unirli, ma allo stesso tempo li allontana. Le menti sono sole, la mente è sola, non c’è unione, non esiste. Sei tu e te stesso, lotta continua e priva di collegamenti con altri.
Spasmi di sudore scendono dal collo fino alla schiena, il respiro si fa vapore, la pelle umida.
Uscire dalla cupola e andare verso il gelo?
Temporanea sensazione di refrigerio seguito dal ritorno della pena.
E’ la vita.
Il segreto sta nel tempo impiegato a passare da una condanna all’altra.
Mi chiedo quale sia il momento più bello. L’attesa del prossimo stato di pace o il momento di sollievo in se stesso.
Un senso di vuoto assoluto cosparge il letto di un buio infinito. Vai a tentoni cerchi di fare un passo, ma il piede non si muove. La striscia di luce è ancora davanti a te. A volte scompare, non la vedi più.
La realtà è che non ci vuoi arrivare, la realtà è che hai paura.
Paura.
Le paure sono catene che indossiamo per nostra volontà. Catene che ci mettiamo addosso e che rinsaldano ad ogni passo mancato ed ogni volta che giri la testa dall'altra parte.
Volti morti e pieni di stracci con le bocche cucite col filo di iuta. Fantocci che parlano sputando fuori ovatta. Occhi cuciti da soli per la paura di guardare al futuro. Animali assetati di sangue che ti cercano per risucchiare quello che a te non serve più.
Un cuore che batte.
Il buio, l’oscurità, l’essere dilaniata, squarciata.
Prendetelo pure questo cuore che ancora batte da solo, a me non serve. Che lo prenda pure qualcuno a cui può servire. Per cibarsi. Per la voglia di vivere.
Io voglio solo spegnermi.
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